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Acquistiamo Villa Doria Pamphily

Con un manifesto della fine del 1962, la sezione Romana di "Italia Nostra" invitava provocatoriamente i cittadini ad una pubblica sottoscrizione per raccogliere fondi da destinare all'acquisto del più grande parco di Roma (Acquistiamo VILLA DORIA PAMPHILY), l'unica grande villa barocca superstite delle decine che caratterizzavano la città e che erano state smembrate per soddisfare la fame degli speculatori e le esigenze vere o presunte della città diventata nel 1870 Capitale d'Italia.
La sottoscrizione ed il tema erano del tutto inusuali. Per la prima volta in Italia si invitava la popolazione a mobilitarsi intorno ad una vicenda urbanistica ed ambientale. Ma era anche inusuale occuparsi di territorio, di «beni naturali. Era convinzione che la «terra, la «natura fosse di proprietà di chi la possedeva e che fosse fatta per essere sfruttata, per arricchirsi. E naturalmente chi la possedeva, i grandi proprietari potevano farci quello che volevano. Anche la grande villa Doria Pamphilj (e non Pamphily) era considerata proprietà privata a tal punto che neppure gli studiosi ne conoscevano il nome corretto.
I Piani Regolatori (approvati in successione nel 1883, 1909, 1931; uno nuovo se ne stava faticosamente discutendo dal 1958) erano essenzialmente speculazioni finanziarie riservate a pochi.
A nessuno veniva in mente che la città fosse abitata da donne e uomini in carne ed ossa, che vivevano giorno dopo giorno con le loro ansie e speranze, con i loro diritti e bisogni anche di spazi comuni, e che perciò bisognasse guardare alla «natura ed alla città come ad un bene comune, ad un bene sociale.
L'interesse per le «opera della natura, l'ambientalismo non esisteva. Non esistevano le tante associazioni (il WWF, La lega Ambiente, ad esempio) capaci di chiamare a raccolta migliaia di cittadini intorno a tematiche fondamentali alla organizzazione ed alla qualità della vita quotidiana. Esisteva solo un piccolo gruppo di «romanisti e di «uomini di cultura, una cinquantina di persone in tutta la città , che di fonte a 80 anni di speculazioni e di scempi ritennero di dover richiamare la cittadinanza a rivendicare i propri diritti, primo fra tutti quello del verde in città .
Villa Doria Pamphilj fu il terreno di scontro e di confronto dove si fecero le prove generali per l'avvio di una partecipazione dei cittadini alla conoscenza dei problemi della città ed alla rivendicazione dei propri diritti.
Fu il terreno di confronto sul quale, da una sfida utopistica di pochissimi, nacque l'interesse per la natura, per il verde, in una parola l'ambientalismo italiano capace di coinvolgere, almeno su alcuni temi, milioni di persone.
Vale la pensa di ricordare che secondo le norme dell'epoca (sembra passato un millennio e sono appena 40 anni) stabilivano che gran parte della Villa fosse destinata a verde privato, e perciò fosse edificabile: sessanta ville lussuose con parchi privati di un ettaro nella parte più pregiata, verso San Pancrazio. La via Olimpica che fu realizzata per il 1960, riproponendo lo sviluppo della città ad occidente, tagliò in due la villa con una vera e propria strada di lottizzazione. La palazzina dell' Algardi, con il giardino all'italiana, era sede dell'Ambasciata del Belgio, ed era in vendita, come primo passo dello smembramento del parco.
La battaglia che sembrava impossibile fu vinta. E questo dette fiducia e speranza e creò le condizioni per l'interesse di cittadini, se non verso l'urbanistica, almeno verso il verde.

Il Piano Regolatore approvato nel 1965 destinò tutti i 170 ettari della villa a parco pubblico. Nel 1966 fu aperta la parte della villa al di là dell'Olimpica. Il 1° maggio 1970 la Palazzina dell' Algardi fu consegnata al Comune di Roma, per celebrare i 100 anni di Roma capitale, per farne sede delle attività culturali della città . E questo è un impegno mai rispettato, Nell'aprile del 1971 fu aperta al pubblico la parte restante, già destinata all'edificabilità di sessanta ville di lusso.

Le cinquanta persone del 1962 diventarono 28.000 (tante furono le firme raccolte) quando, trenta anni dopo, Villa Doria Pamphilj rischiò di essere requisita in gran parte per diventare la residenza privata del Presidente del Consiglio italiano.
Oggi non c'è scuola italiana che non faccia ricerche e battaglie sull'ambiente. Villa Doria Pamphilj dimostra che si può cominciare anche in pochi.
Le grandi stagione di partecipazione democratica possono nascere nel quartiere, quando meno te lo aspetti. Basta che lo vuoi.

Antonio Thiery

 

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