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Il XX secolo a Monteverde

Dopo l'unificazione d'Italia (1870) a Roma affluirono masse di immigrati dell'Italia meridionale, speranzosi di una vita migliore, e si formarono i quadri della nuova amministrazione statale. Tutti costoro necessitavano di alloggi e molte imprese, anche con i capitali provenienti da altre regioni italiane, iniziarono la massiccia costruzione di nuove case e fornirono servizi ad esse relativi.
Si creò una Commissione per lo studio e ben presto furono aperti numerosi cantieri e la febbre edilizia investì nuovi quartieri come Castro Pretorio e l'Esquilino e penetrò nel centro storico, operando numerose demolizioni.

Ben presto si sentì l'esigenza di varare dei piani regolatori e in quello del 1883, si trova un riferimento alla nostra zona, quando si prevede la costruzione di una nuova stazione ferroviaria a Trastevere, nel luogo dell'attuale Piazza Ippolito Nievo.
Questa linea, all'inizio usata solo per il trasporto di merci, collegava Roma con Viterbo, mentre il collegamento con il centro era assicurato dai tram, prima a cavalli e poi elettrici, che terminavano a Piazza Venezia.
Fu solo nel 1906 che la stazione fu spostata nell'attuale sito.

I primi piani regolatori che tenteranno realmente di arginare la selvaggia urbanizzazione in quello che era divenuto una specie di far west della speculazione edilizia, furono i piani varati all'inizio del secolo, come quello del 1907 che prende il nome dal sindaco Ernesto Nathan, e soprattutto quello di Edmondo Sanjust, ingegnere civile di Milano, il quale nel 1909 stabilì delle ben precise tipologie di abitazioni da costruirsi entro le mura della città : i fabbricati, la cui altezza non doveva superare i 24 metri, i villini, che dovevano avere un'area verde all'intorno e non superare i due piani di altezza, e i giardini, la cui area era massimamente adibita al verde e all'interno dei quali potevano sorgere solo sporadiche abitazioni di lusso.

Purtroppo dopo la I Guerra Mondiale la fame di abitazioni e soprattutto la pressione dei proprietari terrieri e delle imprese di costruzione fecero s√¨ che alcuni di questi parametri venissero modificati; cos√¨ i villini si fecero pi√Ļ alti, trasformandosi in fabbricati e i loro giardini furono ridotti nell'ampiezza. E proprio in questi anni inizi√≤ una prima, seppur timida urbanizzazione del nostro quartiere.

Monteverde Vecchio fu destinato da subito a zona residenziale e sorsero ville ai due lati di Via Alessandro Poerio, che negli anni 20 costituiva l'arteria principale della zona, mentre nelle vie limitrofe, come Via Fratelli Bandiera, Via Felice Cavallotti, Via Lorenzo Valla ecc., nacquero le palazzine, che permisero una pi√Ļ ampia speculazione edilizia, speculazione che and√≤ via via intensificandosi in accordo col nuovo piano regolatore fascista del 1931 che prevedeva il massimo sfruttamento possibile dei terreni.
L'INCIS (Istituto Nazionale Case per gli Impiegati Statali) urbanizz√≤ Via Giacinto Carini che sostitu√¨ ben presto la pi√Ļ aristocratica Via Poerio. Analogamente a quelli di Via Poerio sorsero negli anni √≠20 i villini della Circonvallazione Gianicolense (che ancora non era tracciata) e delle vie limitrofe. L'odierno Largo Ravizza, allora ingentilito da molti alberi, costituiva il centro del nuovo quartiere. Altre abitazioni di tipo residenziale si trovavano nella zona compresa fra le odierne Stazione di Trastevere e l'Ospedale San Camillo.

Anche questi villini erano abitazioni a due piani, circondate dal verde dei loro stessi giardini. Le famiglie che costruirono qui si costituirono in cooperativa, la quale poté acquistare il terreno ed usufruire di un prestito statale venticinquennale, ad un tasso particolarmente vantaggioso, a condizione che i costruttori si attenessero ad alcune regole di decoro e di economia: un solo ingresso, un unico bagno, una zona verde di rispetto attorno alla casa. Gli abitanti di questi villini erano funzionari statali, anche di alto grado.

Isolate dai due quartieri residenziali, posti sulle colline di Monteverde Vecchio e Nuovo, il regime fascista pensò di far sorgere, nel 1937 al posto di quella sorta di vallata naturale che divideva le due alture le nuove case popolari di Piazza di Donna Olimpia.
Queste, totalmente diversificate, sia dai villini sia dai fabbricati o dalle palazzine, sorsero come spettrali torri al centro di un terreno ancora umido per le acque che vi confluivano e gi√ degradato per la mancanza di servizi elementari di smaltimento. Pier Paolo Pasolini, che qui risiedette per un periodo, nel suo "√¨ Ragazzi di vita", ambientato fra i grattaciel√ģ di Donna Olimpia, cos√¨ li descrive: grandi come catene di montagne, con migliaia di finestre, in fila, in cerchi, in diagonali. (P.P. Pasolini, Ragazzi di vita, To 1970, pag. 36).
Queste abitazioni furono deputate ad ospitare coloro che il regime aveva fatto sfollare dal centro storico, martoriato dai numerosi sventramenti e specialmente dalla spianata di Borgo, distrutta per far posto alla gelida Via della Conciliazione. Tutti costoro si erano trovati sospinti verso la periferia della città e lì si erano arrangiati a vivere entro squallide baracche. Nello stesso anno in cui avveniva questa deportazione, venne inaugurata la Parrocchia di Donna Olimpia, costruita dallo stesso Fornari che aveva firmato, l'anno precedente, la Parrocchia della Trasfigurazione, a Monteverde Nuovo.

Per quanto concerne la zona degli ospedali, va ricordato che negli ultimi anni fra il 1925 e il 1935 si destinò l'area all'edificazione delle strutture sanitarie, vista l'eccezionale salubrità del luogo; iniziò così una prima, massiccia urbanizzazione di quello che fino a quel momento aveva costituito un angolo semirurale della capitale.
L'Ospedale San Camillo, progettato nel 1919 e all'epoca intitolato alla Vittoria (si era al termine della I Guerra Mondiale) soffrì della mancanza di fondi e dovette aspettare gli anni del Fascismo, tra il 1929 e il 1931, per poter essere ultimato e intitolato, ovviamente, Ospedale del Littorio.
La costruzione dell'Ospedale chiamò in zona un gran numero di operatori sanitari, per i quali vennero costruiti i primi, grandi palazzi sulla Circonvallazione. Queste nuove abitazioni erano caratterizzate dalla presenza di piccole unità abitative, nessuna zona di rispetto adibita a verde, insomma, avevano le caratteristiche della corrente edilizia popolare.

Accanto all'Ospedale del Littorio, sorsero negli stessi anni il Carlo Forlanini, dal nome dell'inventore del pneumatorace (la macchina che mette a riposo uno dei polmoni malati, immobilizzandolo fino alla guarigione) e il Lazzaro Spallanzani, specializzato nelle malattie infettive, una sorta di moderno lazzaretto, costruito a tempo di record per il timore che la terribile epidemia di colera scoppiata a Napoli potesse propagarsi alla vicina capitale.
Come si può immaginare, anche questi ospedali, con il loro esercito di medici ed infermieri, richiesero la costruzione di nuove abitazioni.

Durante il secondo dopoguerra la gran parte dei villini di Monteverde venne abbattuta per far posto a fabbricati a carattere intensivo, che ospitarono piccoli commercianti, insegnanti, insomma la piccola borghesia e il proletariato urbano.
Fra il 1950 e il 1960 praticamente tutto il verde, che aveva costituito la nota caratteristica del quartiere, venne mangiato dagli innumerevoli e congestionati palazzi i quali, per meglio sfruttare il suolo, assursero ad altezze tali, da impedire in certi luoghi, perfino una minima, salutare irradiazione solare.
Negli anni 70 si procedette ad urbanizzare la zona dei Colli Portuensi, dove erano numerosi casali sparsi lungo il dolce fianco della vallata; pur essendo in linea col principio di maggior lucro, l'edilizia creò qui dei palazzi meno alti, generalmente non addossati gli uni agli altri, rispondenti alle esigenze della classe borghese che li avrebbe abitati.

Le informazioni raccolte in questo brano sono tratte dal libro:
PARROCCHIA DELLA TRASFIGURAZIONE DI NOSTRO SIGNORE GESU' CRISTO
60° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE

Il Quartiere di Monteverde I edizione 1996
A cura dell'Associazione Culturale "MUSICA E ARTE"

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