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Luigi Moretti e le sue Opere a Monteverde

LUIGI MORETTI E LE SUE OPERE A MONTEVERDE

Luigi Walter Moretti nasce a Roma, nel 1906, in Via Napoleone III sul colle dell’Esquilino, che rimarrà per sempre la sua residenza. Suo padre è stato un architetto belga, famoso per aver realizzato il cinema Adriano e le Poste di Via Dante, ma non potrà dare il suo cognome a Luigi. Infatti, Moretti è il cognome della madre, perché il padre era già sposato e con prole. Luigi frequenta, dopo il liceo classico, la Regia Scuola di architettura di Roma, laureandosi nel 1929. Ancora studente diviene assistente del professore e architetto Vincenzo Fasolo, famoso per aver progettato il Liceo Mamiani e il ponte Duca d’Aosta. Dopo la laurea, che gli valse il premio Valadier, per la miglior tesi, diviene assistente di Gustavo Giovannoni, nel campo del Restauro dei monumenti architettonici. Vince quindi una borsa di studio triennale che lo vede impegnato nel restauro dei Mercati Traianei. Partecipa ai concorsi per i Piani Regolatori delle città italiane, aggiudicandosi il secondo posto per le città di Verona, Perugia e Faenza. Nel 1933 è presentato al direttore dell’Opera Nazionale Balilla il quale gli propone di succedere a Enrico Del Debbio, come direttore dell’ufficio tecnico, e quindi realizza le case per la gioventù a Piacenza, a Roma (Trastevere) e a Urbino. Sempre per conto del governo, realizza nel Foro Italico, già opera di Enrico Del Debbio, la Cella commemorativa, la Palestra del Duce e la Casa d’armi, detta l’Accademia di scherma. Nel 1940, l’eroe Ettore Muti gli commissiona la ristrutturazione della Porta di San Sebastiano per adattarla a propria abitazione. Nel 1945 Luigi Moretti viene arrestato e rinchiuso nel carcere di San Vittore, per pochi giorni, accusato di collaborazioni con il fascismo e stringe amicizia con il possidente conte Fossataro, con il quale fonderà la Cofimprese. La società edile, grazie ad amicizie fortunate per l’autorizzazione ai lavori e abilità nel trovare finanziamenti, ricostruisce  la città di Milano, rovinosamente bombardata, con una attività proficua che dura circa un quinquennio, alla fine del quale, la società viene sciolta. I due si trasferiscono, perciò, a Roma, dove Fossataro si fa costruire la palazzina “Girasole” dal suo amico architetto. Siamo intorno agli anni ’50 e il solo nome di Luigi Moretti si lega, d’ora in poi, a progetti di commissioni private, a Roma e sul litorale di Santa Marinella. La Cooperativa Astrea gli chiede una palazzina di abitazioni civili, proprio nel mio quartiere; mentre, sul litorale romano, il direttore de “Il Messaggero” Francesco Malgari e poi la moglie Pignatelli Aragona, gli commissionano le ville note come “La Saracena”, “La Califfa” e “La Moresca”, e infine, a Santa Severa, il Presidente della Società Generale Immobiliare (SGI), Aldo Samaritani, gli commissiona la Villa omonima. È grazie a quest’ultima amicizia che Luigi Moretti sbarca in America, negli anni ’60, per costruirvi il complesso Watergate a Washington e la Stock Exchange Tower di Montreal. Nel 1954, prima dell’espatrio, aveva aperto il proprio studio in Piazza Ss. Apostoli per mantenere vivi i contatti in Italia, infatti, al suo rientro dall’America, gli vengono commissionati i due edifici gemelli all’Eur, per la Esso e per la SGI, e in seguito, anche altre opere come il ponte Pietro Nenni, la Metropolitana di Roma (tratto Ottaviano-Termini) e il parcheggio sotterraneo di Villa Borghese. Si sposa con Maria Teresa Albani e inizia la sua attività nell’altro Capo del mondo. Negli anni ’70 vince il Premio Feltrinelli come riconoscimento del suo operare da parte dell’Accademia dei Lincei, che gli avvale, infatti, il progetto firmato dalla Santa Sede, per un santuario, sul Lago di Tiberiade, in Israele. La sua attività si sposta quindi in Oriente con progetti per il Kuwait e poi per l’Algeria, ma nel 1973, un collasso cardiaco lo sorprende nel pieno della sua attività, mentre era a Capraia Isola[1].

Di tutte le sue straordinarie opere, si vuole approfondire quanto ha realizzato nel mio quartiere e dunque, focalizzare l’attenzione sulla Casa della Gioventù Italiana del Littorio, ubicata in Largo Ascianghi, 5 e la palazzina in Via Edoardo Jenner 27-29, realizzata per la Cooperativa Astrea.

 Nel 1933, a Moretti viene affidato un terreno irregolare su cui realizzare la cosiddetta GIL, la Casa della Gioventù Italiana del Littorio. Indicata dallo stesso Moretti come la prima delle sue opere più importanti ed espressive, egli la descriveva come “un’architettura che respira nelle sequenze dei volumi interni, tutti collegati e originariamente senza interruzioni tra loro: dall’ingresso all’estremo della fabbrica, che acquistava carattere dalla sovrapposizione dei diversi ambienti, nei quali era articolato il complesso programma edilizio”[2]. Egli, infatti, appena ventiseienne e ancora assistente di Vincenzo Fasolo, che stava completando la Caserma dei pompieri in Via di Mormorata, realizza questa struttura con un’abilità sorprendente. Deve creare spazi per uffici di rappresentanza, attività ricreative, assistenziali, sanitarie e lavorative, in un’area triangolare, e quindi sviluppa l’edificio in parte in altezza e in parte in piano. Le tre palestre, per la boxe e la scherma, richieste dalla committenza, sono sovrapposte in un unico blocco; non esistono infissi di chiusura e l’organizzazione spaziale si risolve senza interruzioni, in una sequenza articolata ma unitaria degli ambienti e delle funzioni[3]. L’adesione al fascismo è marcata all’ingresso dell’edificio con la scritta “Noi tireremo dritti” che ora è dotata anche di illuminazione. Gli apparati decorativi furono commissionati soltanto nel 1937 ad un certo Mario Mafai, che dovette prematuramente lasciare l’opera e fuggire da Roma, a causa delle leggi razziali. L’edificio passò, in seguito, alla Chiesa, la quale ricoprì gli affreschi con uno strato di ducotone. Rimasto abbandonato per decenni, il palazzo è divenuto proprietà del Comune che, tenendosi solo il cinema Troisi, ha affidato il resto della struttura alla Regione, che ha provveduto a finanziare gli interventi di restauro, nel 2007. Sono stati così ripristinati gli spazi originali, come l’atrio d’ingresso e l’ala in cui erano collocate le palestre all’aperto, e ripulito dallo strato di ducotone, l’affresco nascosto di Mario Mafai. Si tratta di una tempera, che rappresenta il Trionfo di Cesare ed è eseguita su una grande superficie di un’ex saloncino d’onore della struttura, che era stato diviso in due ambienti da un tramezzo. Oggi il palazzo è sede dell’Ente Regionale per la Formazione e Addestramento Professionale che occupa il primo e terzo piano dell’edificio[4].

Più vicino a casa mia invece, si nota, in Via Jenner 27-29, una palazzina molto particolare rispetto agli edifici vicini, costituita da un grosso blocco unico irregolare e con due portoni di ingresso che corrispondono ai due civici. È stata eretta per la Cooperativa Astrea nel 1951, per far fronte alla necessità abitativa delle famiglie numerose. Anche in questo caso, l’architetto ha dovuto fare i conti con l’irregolarità del terreno e con la cattiva esposizione orientata a nord. L’edificio viene posto a distanza notevole dagli altri, garantita da una striscia di cortile asfaltato che lo circonda, al fine di garantire una buona illuminazione dall’esterno, perché parte della struttura non è lineare, ma smussata e priva di finestre. Il palazzo si sviluppa su un blocco centrale evidenziato dalla facciata sporgente, che dà sulla strada, in cui gli appartamenti sono costituiti da trilocali; e dai due blocchi laterali, dove gli appartamenti sono invece costituiti da bilocali. La struttura s’innalza per quatto piani tutti balconati, a cui si aggiunge il terrazzo condominiale e il pianoterra distinto dal travertino bugnato. La scala di accesso è in linea con i due portoni, evidenziata anche dalla serie verticale di finestre, che risulta convergente con le finestre delle cucine, nascoste dietro la facciata sporgente. L’appartamento del portiere, diversamente dalla consuetudine, è posto al piano terra, mentre il piano nobile è messo in risalto con la sporgenza di un balcone asimmetrico, sul lato destro.

 In conclusione, le opere monteverdine di Luigi Moretti, destinate ad usi funzionali della vita quotidiana, esprimono dunque la costante ricerca di un dinamico equilibrio tra forme, spazi e masse resa con la più pura ed ampia manualità plastica, tale da impreziosire il mio quartiere.

 

Paolo Foglia

 

 

[1]       Vedi Enciclopedia Treccani e Wikipedia

[2]       Vedi Dizionario bibliografico Treccani

[3]      www.architetti.san.beniculturali.it

[4]       Vedi http://archiviostorico.corriere.it

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