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La Scuola Elementare Giorgio Franceschi

SCUOLA ELEMENTARE GIORGIO FRANCESCHI

L’edificio scolastico “Giorgio Franceschi” ha una storia particolare. Costruito dall’ingegnere e architetto Giuseppe Wittinch nel 1939, in Via di Donna Olimpia 45, occupa un’area di quasi 5000 mq di cui la metà è adibita a cortile all’aperto ed ospita, ancora oggi, anche il Centro anziani e la sede del Municipio XII. La scuola è costituita da quindici aule per ospitare in parte i bambini dell’infanzia e in parte gli alunni della scuola elementare e usufruisce di un’ampia palestra, dell’aula magna che funge anche da teatro e sala riunione di due mense e di una biblioteca. Nella sua storia però, la struttura è stata utilizzata anche per altri scopi, mentre la funzione principale di scuola risale soltanto alla fine degli anni ’50.

Il Piano Regolatore del 1931 prevedeva che quest’area di Monteverde fosse destinata ad uso residenziale, poiché ci si aspettava una crescita intensiva della popolazione di almeno un milione di persone. Di conseguenza, un centro così abitato avrebbe avuto bisogno anche di una serie di strutture utili alla comunità: una parrocchia, una scuola ed altro. Così nel 1932 iniziarono i lavori per la costruzione dei Palazzi dell’Istituto Case Popolari “Pamphili”, noti come i “grattacieli”, per dirla alla Pasolini. Di conseguenza, nel 1937 iniziarono i lavori per la costruzione della Parrocchia di Santa Maria Madre della Provvidenza e infine, nel 1939 quelli per la Scuola Elementare “Giorgio Franceschi”.

Terminata la costruzione della scuola nel 1941, le vicissitudini belliche portarono il Comando Aeronautico a requisirne i locali e, pochi anni dopo, nel 1945, la struttura fu tra gli edifici gestiti dall’Ente Comunale di Assistenza che provvide ad ospitarvi i senza tetto e gli sfollati del dopo guerra. Dieci anni più tardi, l’istituto fu reso celebre grazie al romanzo di Pier Paolo Pasolini, “Ragazzi di vita”, edito dalla casa editrice Garzanti nel 1955, dove il protagonista Riccetto dimora.

Nel frattempo, però, e proprio nel decennio in cui lo scrittore visse a Monteverde, accadde un episodio di cronaca che interessò la scuola. Il fatto commosse non solo l’opinione pubblica, ma anche Pasolini stesso, tanto da inserire l’evento nel suo romanzo. Il sabato 17 marzo del 1951 verso le ore 10 e 35 del mattino, crollò l’ala sinistra della struttura, cioè l’ala all’angolo tra Via di Donna Olimpia e Via Abate Ugone. Il disastro provocò cinque morti e quindici feriti; due delle vittime furono riportate nel romanzo pasoliniano, come il cugino e la madre del protagonista dell’opera. In realtà, i quotidiani elencarono altri nomi: Giorgio Canali, Vita Tuzzolino, Giovanni Argenti, Elisa Fiorani e Antonio De Giovanni.

Una delle vittime, ritrovate sotto le macerie anche dopo tre giorni di ricerche da parte dei vigili del fuoco, fu il dirigente scolastico, Giovanni Argenti, al quale gli sfollati avevano denunciato, circa sette mesi prima del disastro, le numerose e pericolose crepe che si stavano formando proprio sulle pareti dell’ala che crollò. Inoltre, essi gli fecero notare che la palazzina gemella a quella franata, pendeva in avanti e verso destra, di circa sei centimetri. Il direttore della scuola non poté fare altro che avvertire il commissario prefettizio dell’Ente Comunale di Assistenza, l’architetto Giulio Barluzzi, inviando fotogrammi a testimonianza dell’imminente rischio, ma invano. Prima della sciagura, il sindaco di Roma, l’ingegnere Salvatore Rebecchini, aveva promesso alle famiglie di sfollati, centodieci appartamenti dislocati tra il quartiere Tufello, Tormarancia e Tuscolano, realizzati con il finanziamento di circa settecento milioni di Lire devoluto dal Ministero dei Lavori Pubblici. Gli sfollati, però, rifiutarono la proposta sia per la ragione economica sia per quella logistica, poiché dimorando nella scuola, non pagavano nulla e vivevano in questa zona da più di un decennio. Il primo cittadino Rebecchini, dopo il disastro, propose allora di trasferire le circa quarantatre famiglie di sfollati che vivevano nella scuola, nel lotto, ultimato da poco, dell’Istituto Case Popolari “Pamphili” di Via di Donna Olimpia.

La tragedia del 1951 denota che la requisizione dei locali da parte del Comando Aeronautico, sia stata la causa del crollo. Dalle testimonianze degli sfollati, sopra riportate dal quotidiano l’Unità del 20 marzo 1951, è evidente che la sciagura sia attribuibile ai danneggiamenti da bombardamento e non a difetti di costruzione, nonostante non risulti altra opera architettonica realizzata da Giuseppe Wittinch.

La scuola elementare porta il nome di Giorgio Franceschi. Egli era un sottotenente di origini romane, aviatore appartenente al 4° Stormo, che aveva effettuato il Corso Sottufficiali di Complemento dell’Aeronautica Italiana nel 1930 e a cui fu conferita la Medaglia d’oro al valore militare per la sua impresa durante la Guerra di Spagna, nel 1936. Probabilmente nasce nel 1907, avendo terminato il corso quinquennale per sottufficiali nel 1930, e muore a 29 anni. La morte dell’aviatore romano, però, a dire il vero, è poco chiara. Questi gli antefatti: il 10 agosto del 1936 Giorgio Franceschi partiva volontario insieme ad altri otto piloti, per una missione voluta dal duca Amedeo d’Aosta, che voleva dare l’appoggio agli spagnoli insorti contro la Repubblica, guidati dal generale Francisco Franco. Ciascun pilota raggiungeva con il treno il porto di La Spezia, dove riceveva immediatamente un passaporto con false generalità; e così, Giorgio Franceschi si chiamò “Saletti”. Il gruppo, poi, si imbarcava, su una nave battezzata Aniene in direzione di Vigo, a nord ovest della Spagna, nella Galizia. Intanto, l’11 agosto partiva un’altra nave, sempre dal porto di La Spezia, che trasportava dodici aerei da caccia Fiat CR32 con altrettanti piloti e sbarcava allo scalo di Melilla il 14 agosto. Gli aerei, lasciati imballati, dovevano poi finire di essere assemblati e muniti di armi nell’aeroporto di Nador. La compagnia di Giorgio Franceschi, giunta a Vigo il 27 agosto e imbarcatasi immediatamente su un treno, raggiungeva il 30 agosto la città di Caceres, a sud ovest di Madrid. Da qui un trimotore faceva ricongiungere, nella città di Sevilla, il gruppo dei nove piloti con gli altri dodici giunti a Melilla. Il 9 settembre tutta la squadriglia si trasferiva all’aeroporto di Caceres per dare inizio alla missione di guerra, e cioè quella di intercettare i velivoli dei repubblicani spagnoli e abbatterli. Giorgio Franceschi partecipò, quindi, a tre spedizioni: quella del 10 settembre, dell’11 settembre e l’ultima del 16 settembre, durante la quale perdeva la vita. Il giorno dopo, lo Stato Italiano gli conferiva la Medaglia d’oro al valore militare. Il 1° luglio 1939, poi, con decreto del Ministro dell’Aeronautica, cioè di Benito Mussolini, l’Aeroporto di Foligno assumeva il nome di Giorgio Franceschi.

Come dicevo, la morte di Franceschi trova incongruenze nelle due uniche testimonianze autorevoli, quali il sito “Asso 4° Stormo” e gli Stralci di volo di Raffaele Chianese, pilota della squadriglia con il quale Franceschi ha volato per l’ultima volta.

Prima di tutto, è bene sapere che l’aviatore romano non era un Asso, cioè un pilota con il maggior numero di aerei nemici abbattuti, mentre il Chianese era un 4° asso. Giorgio Franceschi, inoltre, pilotando un Fiat CR32, il migliore aereo di produzione italiana e, ancora oggi, ritenuto superiore per le sue eccellenti qualità di caccia rispetto agli aerei nemici utilizzati durante la Guerra di Spagna, aveva più possibilità di vincere. Il CR32 si chiamò così perché la sigla conteneva le iniziali dell’ingegnere Cesare Rosatelli che lo realizzò per la Fiat Aviazione nel 1932. Esso era un biplano in alluminio, maneggevole, dotato di due mitragliatrici Breda in grado di sparare 350 colpi dal disco dell’elica bipala e sincronizzate con essa, in modo da non colpire le pale stesse. Fu immediatamente utilizzato nella Guerra di Spagna per la sua potenza di 600 cv e la sua velocità massima di 375 km/h.

Secondo il sito “Asso 4° Stormo”, dunque, il 16 settembre Giorgio Franceschi e altri due piloti della squadriglia, tra cui Raffaele Chianese, ebbero il compito di scortare il bombardiere Junkers 52, che avrebbe dovuto bersagliare sopra il cielo di Talavera. Essi furono intercettati da cinque velivoli spagnoli repubblicani: due Dewoitine D 371 e tre Nieuport ND 52, aerei che furono presto ritirati per la loro inefficienza (i primi) o per i guasti di produzione (i secondi). I Fiat CR32 iniziarono contro di essi un combattimento che finì con il prevalere dei nostri. Entrambi i due piloti italiani abbatterono un Dewoitine ciascuno, ma, mentre il Chianese rientrava alla base, a causa dell’eccessivo carburante consumato, Franceschi perdeva l’orientamento e atterrava in territorio nemico dove veniva ucciso.

La testimonianza di Raffaele Chianese, invece, è un’altra. Egli spiega di aver abbattuto un Dewoitine e di volare poi a bassa quota per assicurarsi di averlo demolito definitivamente. Nel momento della risalita si ritrovava in coda ad un aereo rosso verso il quale sparava una trentina di colpi senza mai centrarlo e per poco non colpiva, invece, Franceschi che improvvisamente gli tagliava la rotta, forse perché Franceschi stava inseguendo il velivolo rosso. Questo aereo, ad una visione più ravvicinata di Chianese, risultava essere un velivolo civile, quindi, Chianese, pentitosi del fuoco aperto tempestivamente nei suoi confronti, manovrava per ricomporsi alla squadriglia, mentre Franceschi eseguiva un errore di rotta per poi perdere la vita.

Forse, sono da trovare in quest’ultima testimonianza le motivazioni che hanno indotto ad insignire l’aviatore romano della Medaglia al valore militare, poiché in essa si può sorgere il sospetto che Franceschi fosse stato ucciso dal fuoco amico. Inoltre, in relazione all’intestazione di una scuola a suo favore, può trovare una sua ragione nel fatto che la struttura ha ospitato il Comando Aeronautico.

di Ida Biorcagna

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