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Villa York, a Valle dei Casali

 Negli anni Sessanta, con la diffusione della sensibilit√ ecologica ed ambientale e con l'avvio di quella politica di conoscenza e di studio del territorio che doveva sfociare nella istituzione dei due ministeri dell'Ambiente e dei beni culturali, si cominci√≤ a prestare attenzione alla Campagna Romana ed alle sue emergenze architettoniche. In particolare nella zona Occidentale "la carta storico archeologica dell'agro romano" mise in evidenza l'alto numero di casali agricoli, ancora conservati, che avevano punteggiato una campagna dall'alto rendimento agricolo e venatorio dalla fine del 1600 ad oggi.

Su tutti questi casali spiccava, su un territorio caratterizzato da pianori, da vallette e da colli, la Villa del Duca di York, costruita alla fine del XVII secolo e che prende il nome dal cardinale Enrico duca di York, decano del sacro collegio e vescovo di Frascati (di quella zona che si era coperta dalle tante splendide ville tuscolane), il quale l'acquistò nel 1804..

Alla sua morte la villa passò ai Troiani e quindi ai Colonna ed infine nel 1946, con i suoi 48 ettari di parco, fu acquistata dalla Federcorsi, successivamente fallita.

La Villa subì un lento declino, fu abbandonata ed esposta alle intemperie, ai vandali, ai furti.

Agli inizia degli anni Novanta la Sovrintendenza dai monumenti impose al Consorzio di Banche che nel frattempo amministrava il comprensorio, lavori di manutenzione che impedissero l'ulteriore degrado ed addirittura il crollo della Villa.

Allora fu recuperata la meravigliosa scalinata che finisce in un ninfeo, riscoperto, e quindi tra i campi.

Cominciò, alla fine degli anni Novanta, il balletto-trattativa tra il Comune ed il Consorzio di banche per l'esproprio.

E subito emerse il problema centrale: esproprio, per farne che?

Uno dei mali fondamentali della politica dei beni culturali, soprattutto a Roma, consiste, infatti, nella assoluta mancanza di un progetto culturale che porti a recuperare una serie di preziosissime testimonianza degli insediamenti nel territorio garantendone la vita futura. Non basta, infatti, acquisire la patrimonio pubblico e restaurare parchi, casali e ville, se poi rimangono inutilizzati, sottoutilizzati o musealizzati e quindi accessibili a pochi.

Nel nostro territorio rimane l'amara esperienza della Palazzina dell'Algardi, a Villa Pamphilj. Espropriata dallo Stato e "donata" alla città per il centenario di Roma Capitale, per farne il punto di riferimento delle attività culturali romane, è rimasta per anni inutilizzata fino a che la Presidenza del Consiglio non l'ha destinata dopo alterne vicende a sede delle proprie attività . Craxi voleva farne l'abitazione del Presidente del Consiglio, chiudendo al pubblico gran parte del parco. D'Alema ne ha disposto il trasferimento dal Demanio dello Stato al Demanio della Presidenza del Consiglio. E così dopo tanto parlare a vuoto, la palazzina, il cui esproprio fu sostenuto con una sottoscrizione pubblica, la prima in Italia, è stata sottratta ai romani.

Anche per Villa York bisogna trovare e perseguire, rapidamente, una destinazione d'uso (ricordo due fra le tante ipotesi che furono fatte: un centro di studio e di documentazione sul territorio della campagna romana; una foresteria ad alto livello per la Terza Universit√ ), che ne consenta una utilizzazione nel quadro degli interessi cittadini in questo settore della citt√ .

Altrimenti le vecchie e inconcludenti scelte all'insegna del "proteggiamo, tanto per proteggere" (a villa Pamphilj si è impedito persino la realizzazione dei gabinetti che avrebbero profanato una villa storica!) serve solo da anticamera ad usi impropri, privatistici e speculativi.

Non ci vuole la sfera di cristallo per prevedere che Villa York, se continuer√ a prevalere la logica del "non si tocca!", diventer√ prima o poi un'esclusiva sede di rappresentanza o una residenza privata o un ristorante.

Antonio Thiery

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