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Il Piccolo Cottolengo di Monteverde

IL “PICCOLO COTTOLENGO” DI MONTEVERDE 

 

            Dedico questo articolo sul Piccolo Cottolengo di Monteverde, in concomitanza del sessantasettesimo anniversario della “Giornata della memoria”, che si celebra dal 27 gennaio 1945, quando venivano liberati gli ebrei destinati allo sterminio, da Hitler e Mussolini, e rimasti ancora imprigionati nel campo di concentramento di Auschwitz.  

 

            L’Istituto nasce proprio nel 1943, con l’obiettivo, segreto, di salvare gli ebrei dalla deportazione, La sua fondazione, come luogo di assistenza per l’infanzia e oggi come centro di educazione e riabilitazione per malati e portatori di handicap, è ispirata al modello delle Piccola Opera della Divina Provvidenza da San Luigi Orione (Tortona, 1872-1940), seguace di San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Dagli anni ‘30 l’istituzione è presente in tutto il mondo, oltre che in Italia e a Roma. Qui, nel solo mio quartiere [1], esistevano due “Case dell’Orfano”: quella trasteverina in via Induno e quella monteverdina in via Poerio.

            Il 16 ottobre 1943 i tedeschi compiono una razzia indicibile nel Ghetto di Roma, con il conseguente primo convoglio di ebrei romani diretti ad Auschwitz. Il 25 ottobre 1943 una Circolare Vaticana prescriveva a tutti gli istituti religiosi di ospitare gli ebrei, secondo la direttiva fornita da papa Pio XII alle diocesi e ai conventi, per evitarne appunto, la deportazione nei campi di stermini [2].

            Don Gaetano Piccinini (Avezzano, 1904 - Roma, 1972), recentemente dichiarato “Giusto fra le Nazioni” dall’Ambasciatore israeliano, era direttore, nel 1943, di gran parte degli istituti orionini romani e si prodigò a offrire rifugio agli ebrei. Solamente ventuno di essi furono salvati, grazie all’intercessione di Mons. Giovanni Battista Montini (Concesio, 1897 – Castel Gandolfo, 1978), Sostituto della Segreteria di Stato e futuro papa Paolo VI. Il Monsignore conobbe il fondatore Don Orione, negli ultimi anni della sua vita, testimoniati da una fervida corrispondenza epistolare per salvare gli ebrei, i rifugiati politici e altre persone bisognose.

            Nelle Case orionine gli ebrei venivano identificati con un nome convenzionale. “Tutto il resto si ignorava e si voleva ignorare. Non esisteva un’elencazione riservata, né un registro, poiché le eventuali informazioni ivi incluse avrebbero potuto generare ricognizioni e pericolosissimi controlli che avrebbero condotto gli ebrei alle torture di via Tasso”[3].

            La “Casa per l’orfano” di Via Girolamo Induno aveva l’attuale Largo Ascianghi adibito a cortile recintato. Lo scultore ebreo Minerbi ne disegnerà la parte prospiciente il Ministero della Pubblica Istruzione, con al centro la bella e piccola edicola, che accoglie l'immagine della “Madonna degli orfani”[4], in memoria di questa Opera di assistenza a lui, poi, riservata. Nel 1943, dunque, l’edificio ospitava i bambini, ma divenne pericoloso quando, nel vicino Palazzo degli Esami, si stabilì un reparto del comando tedesco. Una testimonianza

[5] riporta l’episodio di un certo Nicola, tredicenne ucraino che, ospitato nell’istituto e uscitone per partecipare alla Repubblica di Salò, ritorna con una pattuglia al fine di perquisire e arrestare gli ebrei, che ormai lui, ovviamente conosceva.        

 

            Alcuni fuggiaschi di via Induno trovarono asilo nel Piccolo Cottolengo di Via Alessandro Poerio, 36, dove il “fervoroso sacerdote” Don Liberalon, direttore [6] per alcuni decenni della suddetta “casa”, si prodigò a salvarne le vite umane.

            Don Erminio Liberalon (Padova, 1914 - Roma, 1983) viene ricordato perché “si occupava degli sbandati raccolti nel campo Bruno Buozzi. Aiutava molto questi ragazzi, per farli studiare, e dava loro quattro soldi ogni tanto”[7]. Il suo sacerdozio iniziò nei duri frangenti della seconda guerra mondiale ed egli venne subito destinato quale incaricato dell’istituzione del Piccolo Cottolengo di Monteverde

            Tra gli ebrei salvati, in questo istituto, merita di essere ricordato lo sculture ebreo Arrigo Minerbi (Ferrara, 1881-Padova, 1960), affidato da Don Sterpi di Milano, ad Antonio Tosi, con la raccomandazione di portarlo “sano e salvo”[8], presso Don Piccinini che l'attende. Lo sculture sosta al Piccolo Cottolengo di Via Poerio, dove viene registrato con il falso nome di Arrigo Della Porta e fu l’unico dei tre fratelli a salvarsi. Come segno di gratitudine, negli anni ’50-’60, Minerbi realizza una medaglia col volto di Don Orione e la statua del “Don Orione morente” a Tortona, mentre per Roma crea la Madonnina di Monte Mario e l’edicola di cui sopra.

            Tra i rifugiati politici che hanno trovato asilo in Via Poerio, è degno di essere ricordato il ministro Giorgio La Pira, poiché era ricercato dal regime per aver fondato la rivista antifascista ”Princìpi” che, in poco tempo, fu soppressa[9]. Il ministro è costretto quindi a fuggire dai dintorni di Siena e troverà sostegno dal Mons. Montini che lo nasconde a Roma.

            La Pira era socio dell’Associazione “Amici di Don Orione”, la quale, il 9 agosto 1943, fece il proposito di fare un voto solenne alla Madonna, nel caso in cui Roma fosse stata risparmiata dalla guerra. Per diffondere in tutta la popolazione questa iniziativa, si ricorse al Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Montini, che promise di venire il mese seguente a celebrare la messa al raduno degli Amici di Don Orione, come infatti farà. Al Mons. Montini [10] Giorgio La Pira chiederà la sua protezione. Infatti, il 30 settembre 1943 il Governatorato della Città del Vaticano rilasciava a La Pira la tessera personale di riconoscimento n° 4858 quale collaboratore del “L’Osservatore Romano”. L’8 dicembre 1943 il ministro si rifugia a Roma. accompagnato dall’amico Ing. Pollicina, direttore dell’Azienda fiorentina del Gas, che muore a causa di un bombardamento,  mentre La Pira si salva nonostante fosse a breve distanza da lui. A Roma cambia rifugio varie volte, dalla casa Pollicina, ai Rampolla e alla signora Panicci, poi si nasconde presso il Sant’Uffizio ed infine presso l’istituto orionino di Monteverde.

            Un’altra esperienza in questo istituto, proviene dalla signora Nunzia Coppedè, ma risale al decennio ’60-’70. La storia viene raccontata nella sua autobiografia [11], pubblicata nel 1992, in cui emerge il maltrattamento delle suore dell’istituto verso la disabilità sua e delle altre compagne ricoverate. La sessantaquattrenne Nunzia Coppedè lasciò a ventisei anni l’istituto per approdare nella più solare realtà della Comunità di Capodarco. Oggi è la presidente calabrese della Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap), e si batte contro l’internamento del disabile.

            Insomma, sono poche le storie uscite dalle mura del Piccolo Cottolengo, durante questi lunghi quattordici lustri vissuti sotto le atrocità della guerra e del boom economico, ma esse fanno riflettere sia per il passato, sia per il presente della realtà umana.



[1] Vedi Rivista di storia della chiesa in Italia, Ist grafico tiberino, 2004

[2] www.sissco.it/ rivelata dal segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, “Società Italiana per lo studio della storia contemporanea”, 2007

 

[5] Vedi la testimonianza di Giuseppe  Sorani in www.fondazionepromozionesociale.it

[6] Vedi nota precedente, testimoniana di Sorani.

[7] Vedi la precedente nota, testimonianza di Sorani

[9] www.santiebeati.it

[10] www.lapira.org

[11] Vedi N. Coppedè, Al di là dei girasoli, 1992

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